|
Flora del Parco Archeologico e Naturale di Monte Sannace di Mirella Campochiaro
1. L’AREA ARCHEOLOGICA DI MONTE SANNACE
2. LA VEGETAZIONE NELLE AREE ARCHEOLOGICHE 2.2 Le piante infestanti e loro strategie biologiche 2.4 I diserbi nell’area archeologica di Monte Sannace
3.1 Lineamenti geologici e pedologici 3.2.1. Indici bioclimatici di Rivas-Martinez 3.2.2. Indice di aridità di De Martonne 3.2.3. Quoziente pluviotermico di Emberger 3.3 La flora del Parco Archeologico e Naturale di Monte Sannace 3.4 Indici bioecologici di Pignatti-Ellemberg 3.5 Indice di Pericolosità di Signorini ed il controllo delle infestanti 4.1 Lineamenti geologici e pedologici 4.3 La flora del Parco Archeologico e Naturale di Monte Sannace 4.4 Indici bioecologici di Pignatti-Ellemberg 4.5 Indice di Pericolosità di Signorini
ALLEGATI (Elenco floristico e indici di pericolosità)
Lo studio e la conoscenza della diversità vegetale rientra in uno dei filoni di ricerca di più grande attualità, soprattutto perché collegato direttamente alle scelte gestionali e politiche dell’uomo nei confronti dell’ambiente in cui vive, alle problematiche della conservazione della natura ed allo sfruttamento delle risorse. Notevole interesse hanno destato, negli ultimi decenni, gli studi condotti all’interno di aree archeologiche, considerando che la vegetazione è spesso causa di biodeterioramenti, lesioni e danni al nostro patrimonio storico- archeologico. Dunque in questi luoghi, inestimabili testimoni della storia dell’umanità, la gestione della componente botanica assume un’importanza fondamentale. Molto spesso, l’esigenza della tutela del verde può scontrarsi con gli interventi finalizzati al suo “controllo”, con la funzione estetico-ricreativa delle piante e con l’eventuale interesse scientifico-ecologico di specie e/o comunità vegetali viventi nell’area considerata (Guglielmo et alii, 2005). Infine l’integrazione tra monumenti e paesaggio naturale rappresenta oggi un aspetto di primaria importanza nell’istituzione di parchi archeologici e, secondo una nuova ottica, si ritiene opportuno rispettare il paesaggio botanico originario con la stessa attenzione dedicata alla conservazione dei monumenti. L’impianto o la gestione ottimale delle specie vegetali autoctone compatibili con gli antichi manufatti è quindi complementare alla salvaguardia dei monumenti e fa parte di una unica, irrinunciabile operazione di restauro ambientale. In questo lavoro è stata compiuta un’indagine floristica in un’area archeologica molto importante della Regione Puglia, Monte Sannace, situata in territorio di Gioia del Colle e sede di un parco archeologico e naturale. Si parla di un vero e proprio “Parco”, una realtà diversa e più complessa rispetto alla semplice “area archeologica”, un luogo che si presta particolarmente, per proprie caratteristiche, a realizzare una perfetta integrazione tra emergenze monumentali e paesaggio naturale. Da una parte, infatti, abbiamo la rilevanza archeologica del sito, che è uno dei più importanti della Puglia antica e si è conservato integro e privo di sovrapposizioni successive; dall’altra c’è l’aspetto paesaggistico- ambientale anch’esso suggestivo, che non svolge solo una questione accessoria, ma che assume un ruolo essenziale nella valorizzazione del sito (A. Ciancio, 2004). Alla luce di queste considerazioni, questo studio nasce, appunto, per caratterizzare la componente botanica del parco, con due scopi fondamentali: ü conoscerne l’ intrinseco valore naturalistico; ü analizzarne l’impatto sui resti archeologici. A questo scopo, nella prima fase del lavoro, sono state effettuate numerose escursioni nell’area, nel corso delle quali è stato possibile rilevare le caratteristiche ecologiche stazionali principali e sono stati raccolti molteplici campioni da erbario, in modo da consentire una più accurata identificazione delle specie in laboratorio. La seconda fase di lavoro è stata caratterizzata dall’analisi dei campioni e dei dati prelevati in campo e dalla stesura di un elenco floristico che riporta tutte le entità rinvenute nel parco archeologico; si è cercato, successivamente, di ricostruire, grosse linee, i caratteri bioclimatici ed ecologici della zona sfruttando anche la bioindicazione fornita dalle specie vegetali (indici biolecologici di Ellemberg-Pignatti) ed, infine, sono state compiute delle elaborazioni sulla pericolosità delle singole specie nei confronti dei manufatti archeologici, sfruttando il metodo di Signorini (Indice di Pericolosità delle Specie, Signorini, 1995).
1. L’AREA ARCHEOLOGICA DI MONTE SANNACE.
Il Parco Archeologico e Naturale di Monte Sannace si trova 5 km a nord-ovest del comune di Gioia del Colle, sulla strada provinciale verso Turi ; è situato, dunque, a cavallo tra le Murge di nord-ovest e quelle di sud-est, sostenuto da un basamento di calcare cretaceo, con suolo talora scarso, talora più profondo e, localmente, con abbondante pietrosità superficiale. Il clima, seguendo la classificazione di Rivas-Martinez è di tipo Mediterraneo, in particolare il termotipo individuato è mesomediterraneo; in estate le massime superano frequentemente i 30°C, mentre, in inverno, raramente il termometro scende sotto lo 0. Il regime pluviometrico rispecchia il caratteristico andamento mediterraneo: poco meno di 600 mm annui si concentrano nei mesi autunnali ed invernali, mentre in estate si registrano almeno due mesi (luglio-agosto) di siccità. La presenza, nel Parco, di resti archeologici scrivibili al periodo peuceta, impone un certo tipo di gestione della vegetazione, che deve essere, necessariamente e sistematicamente, controllata e diserbata, affinché non comprometta l’integrità dei manufatti e consenta la fruizione da parte dei visitatori.
Per la sua felice posizione geografica, Monte Sannace rappresenta un’area abitata dall’uomo fin dal neolitico. L’istituzione del Parco e del Museo Archeologico Nazionale da parte della Soprintendenza alle Antichità della Puglia e del Materano è avvenuta nel 1977. Benché la rilevanza archeologica della località risultasse già dal settecento, campagne regolari di scavo furono avviate solo a partire dal secolo scorso, mentre, in precedenza, l’attività di scavo era per lo più clandestina e operata dai proprietari terrieri, dai contadini e dai tombaroli. Il primo scavo, che mise in luce sepolture ed un tratto della cinta muraria, si ebbe nel 1929 per iniziativa dell’Ente provinciale per la tutela dei monumenti in provincia di Bari e fu condotto dall’allora direttore del museo, Michele Gervasio. Nel 1957 la Sovrintendenza alle Antichità della Puglia e del Materano avviò campagne di scavo sotto la direzione di Maria Scarfi, che si prolungarono fino al 1961 e riguardarono prima la zona pianeggiante dell’insediamento, poi l’area dell’acropoli alla sommità del colle. L’attenzione tornò a focalizzarsi sul sito a metà degli anni settanta, quando prese avvio l’iter per l’istituzione dell’area Archeologica e ripresero gli scavi; si portarono, quindi, alla luce abitazioni e tombe nella parte bassa, una grande casa aristocratica, grandi tombe ed un edificio pubblico nell’acropoli. Le ricerche vengono riprese nel 1992; dal 1994 sull’acropoli è presente un campo di attività della Scuola di specializzazione per Archeologi dell’Università di Bari. Nel contempo sono stati compiuti diversi interventi di restauro e manutenzione finalizzati alla conservazione e fruizione del sito, come la realizzazione della viabilità interna ed il restauro della masseria Montanaro, che ora funziona come centro di accoglienza per i visitatori e come orientamento alla visita. Le prime tracce di frequentazione risalgono al neolitico, ma un insediamento stabile è documentato a partire dal IX secolo A. C. e perdura fino al I d. C., corrispondente al periodo ellenistico-romano. Nella prima età del Ferro, tra IX e VIII secolo a. C. un piccolo nucleo di capanne occupa la sommità del colle, mentre altri insediamenti punteggiano la pianura circostante, concentrandosi in prossimità delle fonti idriche, a testimonianza di attività prevalentemente agricole. Tra VII e VI secolo a. C. lo stanziamento ubicato sulla sommità della collina si afferma come punto di riferimento per i nuclei minori distribuiti intorno, grazie alla possibilità di una difesa più pronta ed efficace dagli assalti nemici. Gradualmente l’abitato assume una fisionomia urbana, si dota di una cinta muraria, sorgono complessi abitativi ed edifici pubblici con funzione politica e religiosa e vengono costruite tombe monumentali, destinate agli aristocratici e corredate da ricchi oggetti di importazione greca. Case e tombe si attestano anche nella piana a ovest del colle e l’abitato si articola definitivamente in 2 zone: acropoli e città bassa. La graduale trasformazione dell’assetto abitativo è probabilmente il risultato del contatto di questa civiltà con la cultura ellenica, in particolare con le città della Magna Grecia, Taranto su tutte. I resti della produzione artigianale del tempo suggeriscono innovazioni anche in questo campo, mentre dalla documentazione archeologica si comprende come la comunità di Monte Sannace fosse stratificata socialmente, con il potere politico-economico concentrato nelle mani di ristretti gruppi di aristocratici. L’età ellenistica è dunque il periodo di maggior espansione economica e demografica, dopo le prime fasi più oscure a causa delle lotte per l’indipendenza con le altre popolazioni indigene di Puglia. Tra IV e III secolo a.C. l’abitato si circonda di solide mura, che racchiudono parte bassa ed acropoli in un unico organismo urbano. L’acropoli diviene il centro della vita pubblica della città e si arricchisce, perciò, di nuovi edifici e residenze aristocratiche, nonché di tombe monumentali, arricchite da affreschi policromi. La città bassa s’espande senza una pianificazione programmata, vengono a crearsi nuovi isolati attorno alle strade principali, le cui case hanno dimensioni e piante abbastanza varie. L’acropoli è stata occupata fino al I secolo d.C., mentre l’abitato in pianura perde importanza già dal II a.C. Nel periodo romano l’insediamento di Monte Sannace perde la sua importanza: escluso dalle principali arterie stradali della regione, viene, progressivamente, abbandonato, restando disabitato per secoli. La collina di Monte Sannace viene, in epoca contemporanea, interessata, come i dintorni, da attività rurali che ne trasformano ulteriormente l’aspetto: si costruiscono muri a secco, specchie e trulli, l’area viene adibita a frutteto, uliveto, vigneto, di cui ancora oggi restano sparsi degli elementi. Anche attualmente parte dell’area del parco, situata attorno al centro visite e nella zona più a valle, è data in concessione ad un imprenditore agricolo e seminata a grano duro.
Figura 1. Foto aerea del Parco Archeologico e Naturale di Monte Sannace con evidenziate, da sinistra a destra, la città bassa e l’acropoli (www.googleearth.com).
Figura 2. Vista panoramica dell’acropoli.
Figura 3. Vista della città bassa.
Figura 4. Tombe monumentali sull’acropoli.
2. LA VEGETAZIONE NELLE AREE ARCHEOLOGICHE
L’importanza dello sviluppo della vegetazione nell’alterazione di murature e differenti tipi di manufatti viene spesso trascurata, ma può essere rilevante, specie in rapporto a certi tipi di substrato ed alle condizioni climatiche dell’ambiente circostante. Basta considerare che la profondità e la distanza raggiunta dalle radici può essere impressionante e che la loro azione disgregante si esplica anche su substrati molto compatti; inoltre, all’azione meccanica esercitata dalla crescita delle parti ipogee, bisogna aggiungere l’azione chimica generata dalla produzione, a livello radicale, di sostanze acide con un certo potere solubilizzante. Infine l’alterazione può essere diversa a seconda che si tratti di reperti esposti all’aperto o confinati in ambienti ipogei e nel primo caso è spesso una vegetazione di tipo infestante e ruderale a determinare tipologia ed entità dell’alterazione prodotta. Manufatti e soprattutto siti archeologici, se non sottoposti a pratiche sistematiche per il contenimento delle piante spontanee, tendono ad essere rapidamente colonizzate, o soffocate, da consociazioni vegetali, la cui complessità e qualità rappresenta una sintesi dei fattori climatici, edifici ed antropici. Solitamente, negli ambienti antropizzati e su vecchie murature si insedia un tipo di vegetazione ruderale o sinantropica, solitamente calcifila, xerofila e spesso anche nitrofila o casmo-nitrofila, condizionata fortemente da fattori quali la porosità del substrato, l’umidità, contenuto in calcari, apporto di sostanze organiche, esposizione, inclinazione ecc…
2.2 Le piante infestanti e loro strategie biologiche.
E’ utile un preambolo che spieghi, dal punto di vista più strettamente biologico, i caratteri principali delle infestanti. Se partiamo col dividere gli organismi vegetali in base alla strategia vitale, riconosciamo tre categorie di massima: ü competitori; ü stress-tolleranti; ü ruderali. I primi vivono in ambienti produttivi e non disturbati ed hanno sviluppato adattamenti che ottimizzano la cattura delle risorse disponibili; il fattore condizionante, in questo caso, è la competizione con gli altri individui. Le stress-tolleranti possiedono adattamenti, spesso di tipo fisiologico, che ne consentono la sopravvivenza in ambienti scarsamente produttivi ed il fattore limitante è appunto la presenza di uno o più tipi di stress. Le ruderali vivono, grazie ai loro adattamenti, in ambienti produttivi, ma con elevato grado di disturbo; si accrescono con grande velocità, completando rapidamente il loro ciclo vitale e producendo una elevata quantità di semi. La fioritura si verifica in stadi assai precoci di sviluppo, la maturazione dei semi è molto veloce, tanto che non è raro trovare sia fiori che frutti contemporaneamente sulla stessa pianta. Con il termine “pianta infestante” si intende una pianta che non riveste alcuna funzione utile per l'uomo, e che anzi, nell'accezione originaria del termine, ne va a danneggiare le produzioni agricole. Il concetto può essere esteso alle piante che, crescendo in maniera incontrollata, invadono campi abbandonati e ambienti ruderali o che, nel caso specifico, danneggiano i manufatti o semplicemente accentuano il problema delle allergie o fanno percepire come degradato il luogo ove crescono. Non esiste un vero e proprio elenco di piante infestanti, in quanto la definizione di “malerba” è puramente soggettiva: alcune piante coltivate possono divenire malerbe nel momento in cui cessa la loro utilità per l'uomo. Molte infestanti, dal punto di vista delle strategie biologiche appartengono alla categoria intermedia dei competitori-ruderali, hanno cicli di differente durata (annuali, bienni, perenni), ma hanno notevoli somiglianze negli altri aspetti. In particolare nelle specie competitori-ruderali annuali, la fioritura è preceduta da una fase relativamente lunga di crescita vegetativa; in generale, c’è un delicato bilancio tra fase iniziale di crescita vigorosa, caratteristica dei competitori, e la seguente fase riproduttiva, favorita dalle ruderale in senso stretto. Molte graminacee (Bromus sterilis, Hordeum murinum, Lolium multiflorum ecc) appartengono a questa categoria. Nelle competitori-ruderali bienni, il cui ciclo di estende per due anni, nel primo anno viene formata una rosetta basale e si accumulano riserve nell’apparato radicale; nel secondo anno le riserve sono utilizzate per la produzione di fiori, specie su infiorescenze di notevoli dimensioni e su cui si forma un grosso numero di semi. Molte ombrellifere e composite hanno questa strategia vitale (Cirsium vulgare, Angelica sylvestris, Arctium spp. ecc) (Speranza, 1990). I competitori ruderale perenni, il cui ciclo vitale dura più anni, dominano quegli ambienti a grado di disturbo piuttosto contenuto e colonizzano dopo qualche anno i giardini abbandonati, gli incolti, ecc. Possono espandersi rapidamente con organi vegetativi quali rizomi, stoloni, colonizzando vaste superfici in breve tempo. Cirsium arvense, Achillea millefolium, Trifolium repens sono comuni esempi di questa categoria. Possiamo aggiungere che i competitori-ruderali annuali si avvicinano maggiormente alle ruderali sensu strictu, le specie a ciclo bienne ed ancor più perenne si avvicinano progressivamente alla strategia dei competitori (Speranza, 1990). Il comportamento di ogni specie infestante è comunque il risultato di un processo di evoluzione e specializzazione che le consente di insediarsi negli ambienti dove è più o meno pressante l’azione di disturbo esercitata da altri agenti fisici e biologici o dalla presenza dell’uomo. Tale attitudine dipende da diversi fattori, riassumibili in tre punti: ü la capacità della semenza di essere facilmente trasportata da agenti quali vento, acqua o animali; ü la grande longevità della stessa, conseguente alla forte resistenza al disseccamento e dall'asfissia in caso di interramento profondo, grazie all'impermeabilità all'acqua e all'aria del loro tegumento; ü la presenza di copiose banche-semi nel suolo, da 20 a 400 milioni per ettaro a una profondità tra 10 e 15 cm; la flora di superficie sarebbe costituita dal 5 al 10% di questo stock. Va specificato ancora che molti tipi di seme sono particolarmente piccoli o dotati di pappi e strutture espanse, che consentono loro di essere lungamente trasportati dal vento, alla ricerca di microhabitat idonei alla crescita; altri hanno mucillagini o piccoli uncini per aderire al manto degli animali oppure hanno una resistenza tale da attraversarne intatti l’apparato digerente; infine alcuni, come quelli delle famiglie delle Chenopodiaceae, sono in grado di resistere a lunghi periodi di sommersione. Le infestanti permangono lungamente nel sito colonizzato, perchè solo una parte dei tantissimi semi prodotti germinano l’anno successivo, mentre molti restano dormienti e pronti a germinare per periodi medio-lunghi. Le specie che formano queste banche-semi nel suolo sono caratterizzate da un certo polimorfismo nella germinazione: semi di uno stesso individuo possono rispondere più o meno prontamente a stimoli di carattere termico, idrico o luminoso, dando luogo ad una germinazione sfalsata nel tempo. La persistenza è favorita anche dalla capacità di alcune infestanti di riprodursi per via agamica, tramite rizomi, bulbi, tuberi e altri organi come gemme particolari; questo tipo di riproduzione porta, d’altro canto, alla formazione di popolazioni geneticamente uniformi, che potrebbero essere spazzate via da cambiamenti repentini delle condizioni ambientali Infine molte possiedono specializzazioni fisiologiche che gli consentono di vivere ed accrescersi in condizioni di stress idrico, di resistere ad attacchi di parassiti, carenze nutritive o eccessi di vario tipo.
L’eliminazione delle infestanti, che presuppone sempre un’adeguata conoscenza delle specie da colpire, può essere realizzata con: ü metodi chimici; ü metodi fisici; ü metodi meccanici; ü metodi biologici. I primi sono rappresentati da un gruppo di sostanze dette “erbicidi” o “diserbanti”, inizialmente utilizzati per salvaguardare le colture dalle infestanti e successivamente impiegate, con grande successo, nel settore extra-agricolo. Sono disponili una vasta gamma di sostanze erbicide, ma solo poche decine vengono stabilmente adoperate, almeno in Italia, dove il diserbo chimico interessa, ormai, una vasta porzione dell’intera superficie. Anche in tutti gli altri paesi ad economia avanzata gli erbicidi sono in continuo aumento, perché in generale più efficaci e più economici degli altri mezzi, soprattutto a larga scala. Gli erbicidi chimici sono sostanze in grado di uccidere le piante danneggiando una o più funzioni vitali; possono essere assorbiti dalle piante tramite le foglie (via stomatica o via cuticolare) o tramite le radici; quelli appartenenti alla prima categoria devono essere distribuiti quando le specie da colpire sono in vegetazione, quelli della seconda vanno invece distribuiti sul terreno dal quale verranno poi assorbiti. La fitotossicità può esplicarsi sull'organo a diretto contatto con l'erbicida o sui diversi organi, grazie alla capacità che certi composti hanno di traslocarsi con il flusso xilematico e/o floematico. Una caratteristica importante degli erbicidi è la selettività: molti sono in grado di uccidere determinate specie e di risparmiarne altre desiderabili per fini agricoli o estetici; questo aspetto ha contribuito notevolmente alla loro diffusione in agricoltura. Un’ altra classificazione divide gli erbicidi in composti antigerminello, che impediscono la germinazione delle malerbe; di pre-emergenza, che colpiscono l'infestante allo stadio di plantula annullandone di fatto lo sviluppo; di post-emergenza, che eliminano l'infestante già sviluppata. Adeguate conoscenze sulle proprietà degli erbicidi, abbinate a dosaggi, modalità e tecniche di distribuzione adeguati, rendono, secondo diversi studiosi, gli erbicidi estremamente flessibili nel gestire la vegetazione, secondo le differenti esigenze. L’uso degli erbicidi ha cominciato ad essere applicato al contesto delle aree archeologico-monumentali pochi decenni fa, con buoni risultati. E’, però, conveniente adottare grande cautela, soprattutto riguardo al possibile inquinamento e la tossicità di questi composti e le eventuali ricadute sulla salute umana, considerando che si tratta di siti a forte frequentazione turistica. Nello specifico, bisogna anche considerare parametri addizionali quali possibili interferenze del prodotto o suoi residui sul substrato trattato ed eventuali effetti collaterali di natura estetica. I metodi meccanici consistono nel diserbo manuale con l’ausilio di opportuni strumenti. Per asportazioni totali, l’operazione deve essere effettuata con le dovute cautele, in quanto l’apparato radicale, rimasto ancorato al substrato, può offrire resistenza più o meno elevata; quando invece non è necessaria l’asportazione totale, ma è sufficiente un controllo della crescita delle ruderali, ad esempio dove non è presente pavimentazione, il taglio periodico può selezionare una vegetazione erbacea importante per la protezione del suolo dall’erosione, oltre che apprezzabile per il suo impatto estetico. La falciatura meccanica o manuale delle infestanti, rappresenta il mezzo fisico più utilizzato nelle aree archeologiche; essa impone costi ingenti e richiede frequenti interventi, perché molte malerbe resistono all’azione di disturbo. La falciatura, inoltre, è utilizzabile su superfici non troppo vaste, non in vicinanza di manufatti particolarmente delicati ed infine non fornisce risultati accettabili per piante arbustive o perenni. Il controllo di tipo fisico viene eseguito con mezzi che impediscono la germinazione dei semi e lo sviluppo della pianta, quali: pacciamatura (copertura con detriti), pirodiserbo, sommersione con acqua (serve ad eliminare le infestanti xerofile, energia elettromagnetica ecc… In realtà tali sistemi sono difficilmente impiegabili nelle aree archeologiche, perché incompatibili con la necessità primaria di salvaguardia dei manufatti. La lotta biologica è una tecnica che sfrutta i rapporti di antagonismo fra gli organismi viventi per contenere le popolazioni di quelli dannosi (www.wikipedia.it). In genere si applica in campo agro-alimentare, ma potenzialmente è applicabile in ogni contesto che richieda il controllo della popolazione di qualsiasi organismo, comprese le aree archeologiche, dove è frequente la presenza di una specie dominante, contro la quale potrebbe essere utilizzato con successo un insetto litofago. Risultati interessanti sembrerebbero fornire le tecniche di lotta biologica che utilizzano i funghi patogeni, con i quali preparare microerbicidi in grado di contenere lo sviluppo di una o più infestanti. Comunque, allo stato attuale delle conoscenze e mancando sperimentazioni in tal senso, la lotta biologica non fornisce risultati soddisfacenti nella gestione delle infestanti nelle aree archeologiche (Caneva et a., 1986).
2.4 I diserbi nell’area archeologica di Monte Sannace.
L’opera di controllo della flora spontanea nel Parco Archeologico e Naturale è affidata ad una azienda privata. Scopo fondamentale degli interventi programmati da tale azienda è devitalizzare gli organi ipogei di tutte quelle piante che crescono a contatto e nelle immediate vicinanze dei manufatti, le quali esercitano sugli stessi un’azione di danneggiamento notevole; secondariamente essi servono a mantenere una perfetta visibilità dei monumenti, dunque una elevata fruibilità da parte dei visitatori, in tutti i periodi dell’anno. Vengono privilegiati, a questo scopo, gli strumenti chimici di diserbo: in particolare, il glifosate, è ritenuto l’unico principio attivo che assicuri da un lato un controllo efficace, dall’altro l’assenza di controindicazioni per l’ambiente circostante. Il glifosate è un sale organico derivato dalla fosfonazione dell’amminoacido glicina; quando è assorbito dagli organismi vegetali, attraverso le foglie o direttamente dal sistema linfatico, provoca un inganno metabolico a livello della sintesi proteica ed induce una lenta devitalizzazione della pianta stessa. Questo prodotto, utilizzato con successo in agricoltura e nel controllo della vegetazione infestante di altre aree archeologiche tra cui quella di Pompei, ha la caratteristica di essere selettivo per le piante e di non danneggiare gli altri sistemi biologici, come la fauna o l’uomo. Altro pregio di grande valore è che la parte dell’erbicida dispersa nell’ambiente circostante le piante-bersaglio, è soggetta ad una rapida e totale biodegradazione, scomponendosi in sostanze quali acqua, anidride carbonica, fosforo ed azoto. Il glifosate, grazie alle sue caratteristiche eco-tossicologiche, è lo strumento più valido quando si opera in un ecosistema notevole, come quello di Monte Sannace. Quanto alla formulazione erbicida utilizzata, l’azienda ricorre ad un tipo specifico per ambienti civili, composto dal principio attivo con sola acqua, senza altri elementi (coadiuvanti, tensioattivi, bagnanti ed altre sostanze pericolose) che, normalmente, sono adottati in agricoltura. Per quanto riguarda le attrezzature tecniche per la distribuzione dell’erbicida, considerando la tipologia, la dislocazione dei monumenti su cui operare e la necessità di indirizzare l’applicazione dell’erbicida sulle sole piante bersaglio, gli operatori impiegano pompe zaino elettriche a bassa pressione di esercizio e, per una localizzazione ancora più precisa, si servono di campane schermanti da applicare in prossimità dell’ugello. Quanto alla programmazione va tenuto conto che, come in tutte le aree archeologiche, il diserbo è una pratica di gestione ordinaria e la continuità degli interventi nel tempo è l’unico modo per impedire lo sviluppo della vegetazione sui monumenti. Operativamente il diserbo dei monumenti è tarato in base allo stato di sviluppo della flora nelle diverse stagioni, tenendo conto che il glifosate è tanto più veloce ed efficace nel devitalizzare le piante bersaglio, quanto più le stesse si trovano in fase di attiva crescita, ovvero ai primi stadi ontogenetici. Le piante indesiderate vengono così eliminate man mano si sviluppano e ciò minimizza il tempo delle operazioni ed i disagi per i visitatori. Sono quindi programmati interventi: ü tra ottobre e novembre per il controllo della flora annuale microterma che si sviluppa tra autunno ed inverno; ü tra metà marzo e fine aprile per agire sulle specie annuali a ciclo primaverile- estivo; ü due volte l’anno per il controllo della flora macroterma annuale e perenne. Il primo intervento ricade tra fine giugno ed inizio di luglio per coprire la prima e più massiccia ondata vegetativa; un secondo intervento è utile per fronteggiare una nuova, parziale ondata di crescita, che si verifica in occasione di sporadiche piogge estive o al sopraggiungere di condizioni climatiche più temperate, da metà agosto in poi. Tale intervento può, pertanto, ricadere tra agosto e settembre ed è preceduto da un monitoraggio periodico trisettimanale per la verifica dello stato di crescita della vegetazione.
3.1 LINEAMENTI GEOLOGICI E PEDOLOGICI.
Il Parco Archeologico e Naturale di Monte Sannace si trova in agro di Gioia del Colle, compreso nell’altopiano murgiano, il quale occupa una grossa parte della Puglia centrale. E’ possibile distinguere l’altopiano murgiano, a seconda di caratteri altitudinali e geografici, in Alta Murgia e Murge Basse. La Murgia, convenzionalmente definita come l’area con quote superiori ai 300 m l.m., ha forma di quadrilatero esteso in direzione O-NO, E-SE e si estende dalla valle dell’Ofanto fino alla “Soglia Messapica”, corrispondente all’allineamento Taranto-Mesagne. I rilievi maggiori, vale a dire Torre Disperata e Monte Caccia, alti quasi 700 m l.m., si trovano nell’estremità nord-occidentale, mentre verso sud-est le quote scendono gradualmente dai 450 m dei rilievi della Valle D’Itria, fino ai 108 m l.m. di S. Vito dei Normanni; dunque le Murge Basse o Murge di sud-est rappresentano la naturale prosecuzione dell’Alta Murgia verso il mare, cui degradano dolcemente. Dal punto di vista morfologico le murge basse, nella loro parte centrale, sono costituite da una serie di ripiani collegati da scarpate più o meno elevate. I vari ripiani hanno andamento parallelo alla costa e sono pianeggianti o lievemente ondulati e l’intera area presenta linee di drenaggio ad andamento nord ovest-sud est o sud-ovest nord est, sino alla confluenza con l’Adriatico. Queste linee di drenaggio, percorse dall’acqua solo durante le precipitazioni più intense, talvolta hanno dato origine, durante migliaia di anni, ad incisioni profonde, con fondovalle generalmente di limitata estensione. Le Murge Basse sono caratterizzate da un paesaggio fortemente antropizzato, in quanto sono quasi totalmente coltivate e, in termini di superficie investita, la cultura più diffusa è sicuramente l’ulivo, mentre, soprattutto negli ultimi anni, si è assistito ad un incremento degli impianti di uva da tavola e di fruttiferi (ciliegio). In questo contesto, il territorio di Gioia del Colle si trova in una “insellatura” a confine delle due Murge e per questo rappresenta la naturale via di comunicazione tra Mare Adriatico e Mar Ionio, tra coste ed entroterra. Le caratteristiche geologiche del territorio in questione sono state studiate mediante la consultazione della bibliografia specialistica, compresa la Carta Geologica d’Italia (fogli 189 e 190); per i lineamenti pedologici è stata consultata la Carta Pedologica della Provincia di Bari ( Cassi F. et al., 1999) Le rocce che costituiscono il territorio di Gioia del Colle fanno quasi interamente parte della serie calcarea mesozoica denominata “Calcari delle Murge”, la stessa che affiora con grandi estensioni in tutta l’area murgiana. Il gruppo dei “Calcari delle Murge” è formata da un potente complesso sedimentario, detritico e ben stratificato, divisibile in due unità litostratigrafiche fondamentali: · Calcare di Bari (Cretaceo superiore); · Calcare di Altamura (Cretaceo inferiore). Il primo costituisce l’ossatura delle Murge ed emerge solo nel nord est della provincia di Bari; si tratta di una potente (circa 2000 m) serie di banchi calcarei detritici assai fini, di colore biancastro, probabilmente depostosi in ambiente di piattaforma costiera o laguna, per cui ricco di fossili marini (microforaminiferi, lamellibranchi, gasteropodi e rudiste). Il secondo, che poggia sul primo, affiora nella maggior parte del territorio di Gioia del Colle e delle Murge ed ha uno spessore che si aggira sui 900 m. Sono calcari detritici organogeni, a grana più o meno fine, deposti in un ambiente di mare sottile con periodi lagunari e rapidi episodi di emersione. I fossili prevalenti sono rudiste, microforaminiferi, resti di alghe e rari ostracodi. La serie calcarea per tutto il terziario fu soggetta a prolungata erosione subaerea e solo nel quaternario fu interessata da una estesa ingressione marina, che ha determinato la deposizione di calcareniti più o meno argillose, denominate “Tufi delle Murge”. Di questi ne restano, ancora oggi, alcune placche di interesse pratico, per la facile coltivazione e perché sede di modeste falde freatiche; alcune di esse, inoltre, hanno costituito i luoghi prescelti per gli insediamenti umani, come nel caso dell’abitato di Gioia del Colle. Sul calcare di Altamura poggia, con contatto trasgressivo, la Calcarenite di Gravina: è una formazione di sabbie calcaree a grana fine, di colore bianco-giallastro, con stratificazioni rare ed irregolari; presenta abbondanti fossili di molluschi, brachiopodi ed echinidi. Essa è datata pliocene-pleistocene inferiore, ha uno spessore estremamente variabile, da pochi metri a qualche decina (50-60 al massimo), ed è stata largamente utilizzata come materiale da costruzione, grazie alla sua lavorabilità. Fanno seguito, in concordanza sopra la Calcarenite di Gravina, le Argille Azzurre Subappennine (Pleistocene inferiore), appartenenti al ciclo marino della fossa bradanica e anch’esse di origine marina e le sabbie di Monte Marano (pleistocene inferiore-medio), che chiudono la serie. Questo ultimo livello, spesso al massimo 60 metri, è costituito da sabbie calcareo-quarzose gialle ed affiora, tra le altre zone, in corrispondenza dell’abitato di Gioia del Colle. Non mancano, soprattutto nelle zone di Canale Frassineto e nei solchi erosivi, depositi recenti ciottolosi e terrosi di origine alluvionale, trasportati in tempi più o meno recenti da antichi fiumi e laghi o da torrenti effimeri. Occorre precisare che nell’area del Parco Archeologico e Naturale di Monte Sannace affiorano esclusivamente litotipi appartenenti alla formazione del calcare di Altamura. Riguardo i suoli delle Murge basse, in via del tutto generica, possiamo dire che, nonostante la vastità dell’area ed una certa variabilità della morfologia, essi risultano, nel complesso, abbastanza omogenei. Presentano una profondità media, buon drenaggio e un contenuto in sostanza organica medio-alto. Tali caratteristiche, associate ad una scarsa pietrosità superficiale, ne rendono possibile la coltivazione con ottimi risultati produttivi. Nell’area di Monte Sannace, secondo la Carta Pedologica della Provincia di Bari, sono presenti suoli ascrivibili alla categoria dei Lithic Ruptic-Xerochreptic Haploxeralfs (classificazione Usda, 1994), con caratteristiche leggermente differenti tra la parte alta e le zone pianeggianti ai piedi del colle. Il pedotipo della parte alta non è molto dissimile da quello diffuso in tutta l’area delle Murge Alte: si tratta di suoli con profondità prevalentemente inferiore a 50 cm, originatisi da un substrato calcareo profondamente fessurato e con massiccia solubilizzazione dei carbonati ad opera delle acque meteoriche. Nelle zone in cui le fessure sono più ampie e profonde, si possono formare delle tasche di alterazione, riempite da materiale; in queste condizioni è stato possibile lo sviluppo di suoli maggiormente evoluti, con un orizzonte argillico in profondità, dove si depositano minerali argillosi. Benché sia discontinuo in senso orizzontale, la presenza di un orizzonte argillico è indicativo di una pedogenesi lunga, almeno qualche migliaio di anni. Anche il clima ha una sua influenza: in località caratterizzate da percolazione di acqua nel profilo durante tutto l'anno, non si osservano suoli con un tale orizzonte, ma questo si sviluppa in suoli che restano, almeno per qualche tempo, asciutti. (http://it.wikipedia.org/wiki/USDA_Soil_Taxonomy_-_Orizzonti_diagnostici) La tessitura nell’orizzonte più superficiale (0-20 cm) è da argillosa ad argillo-limosa, lo scheletro scarso e di piccole dimensioni ed il contenuto di materia organica da medio ad alto. L’orizzonte argillico sottostante, come già detto discontinuo in senso orizzontale, può essere più o meno complesso e, localmente, suoli profondi si affiancano a suoli molto sottili. I suoli più profondi (60-100 cm), in linee generali, sono riscontrabili nelle aree morfologicamente ribassate, in cui è avvenuto, nel tempo, un accumulo di materiale sia alluvionale che colluviale (deposito continentale di cui parte è stata trasportata dalle acque), proveniente dalle aree circostanti. In questi casi è presente un orizzonte superficiale di colore scuro e ricco di materia organica ed uno argillico profondo, in cui il contenuto di argilla può arrivare anche al 60%. Questa situazione si verifica ad esempio nelle lame e nelle depressioni carsiche, tanto nelle Murge Alte che in quelle basse. I suoli che
caratterizzano la parte pianeggiante e più bassa di Monte Sannace, anch’essi
impostati su calcari, presentano, al di sotto dello strato superficiale
(0-20cm), un orizzonte cambico. Esso deriva da processi di alterazione fisica
e/o trasformazioni chimiche, che sono state alla base della
pedogenesi, almeno
inizialmente. Le alterazioni
fisiche,
in generale, possono originarsi da cicli gelo/disgelo,
inumidimento/disseccamento, proliferazioni
radicali, attività animali; quelle
alterazioni di tipo
chimico
possono derivare da
idrolisi
di minerali primari, dissoluzione di
sali e
successiva rideposizione, riduzione e rimozione di
ferro.
(http://it.wikipedia.org/wiki/USDA_Soil_Taxonomy_-_Orizzonti_diagnostici).
Il clima viene definito come l'insieme delle condizioni atmosferiche (temperatura, umidità, pressione, venti...) medie, ottenute da rilevazioni omogenee dei dati per lunghi periodi di tempo, che si registrano in una regione geografica, in grado di determinare le caratteristiche della componente biologica (flora e fauna) vivente nello stesso luogo. Tra i dati climatici più significativi e di più facile reperimento figurano le medie mensili di temperatura e precipitazione, che combinati in appositi algoritmi, permettono di calcolare indici climatici e bioclimatici, espressioni sintetiche delle principali caratteristiche del clima e delle fitocenosi di una data area geografica. Per caratterizzare dal punto di vista bioclimatico l’area di Monte Sannace sono stati adoperati i dati di precipitazioni e temperature della stazione di rilevamento meteorologico di Gioia del Colle. Questi dati sono stati tratti dalla Banca Dati Climatica della Regione Puglia (progetto POP-Puglia ACLA2) che comprende serie storiche complete di dati termo-pluviometrici relative al periodo 1950-1992 (Caliandro et al., 2002). Sulla scorta di questi dati sono stati elaborati gli indici bioclimatici di Rivas-Martinez (1999), l’indice di aridità di De Martonne (1926) ed il quoziente puviotermico di Emberger (1955).
3.2.1 Indici bioclimatici di Rivas-Martinez.
Rivas-Martinez ha messo a punto un sistema di classificazione globale di tipo bioclimatico, che, quindi, metta in relazione i parametri del clima (temperature e precipitazioni) con la distribuzione degli esseri viventi sulla terra, specialmente i vegetali. Tale sistema comprende 5 grosse categorie climatiche definite “macrobioclimi” che sono: tropicale, mediterraneo, temperato, boreale e polare; ciascun macrobioclima si divide, a sua volta, in unità tassonomiche di rango inferiore, definiti “bioclimi” ed individuate per un insieme di caratteristiche concernenti le comunità vegetali predominanti, per un totale di 27 unità. Infine, ciascun bioclima è ulteriormente definito sulla scorta delle variazioni nei ritmi stagionali di temperatura e precipitazioni attraverso l’utilizzo di indici termotipici ed ombrotipici. Il macrobioclima mediterraneo, a cui appartiene una parte consistente del territorio pugliese, si rinviene a latitudini comprese tra quelle tropicali e quelle temperate (da 23º a 51º di latitudine nord e sud), in cui si realizzano due seguenti condizioni: ü presenza di una stagione secca con durata non inferiore a 2 mesi consecutivi; ü quantità di precipitazioni estive inferiore al doppio delle temperature degli stessi mesi ( P < 2T ). In funzione, poi, della quantità annua e stagionale di precipitazioni, la vegetazione potenziale subirà notevoli differenziazioni andando, per citare due esempi estremi, dai boschi sempreverdi o decidui, corrispondenti al “bioclima pluviostagionale” , tipico di quelle zone il cui clima è influenzato dalla vicinanza agli oceani, fino alla totale assenza di vegetazione legnosa per il “bioclima iperdesertico”, di cui esistono estese superfici nelle parti interne di quasi tutti i continenti. Attraverso l’utilizzo di una serie di indici, calcolati in base ai parametri termici e pluviometrici e basati su semplici formule matematiche, è possibile classificare il bioclima dell’area in esame e quindi desumere le principali caratteristiche, in termini di fisionomia generale della vegetazione potenziale del luogo. L’indice di continentalità (Ic) (Rivas-Martinez, 2004) esprime l’ampiezza con cui variano le temperature nell’arco dell’anno, dunque il grado di continentalità, ed è quindi una misura dell’escursione termica annua. Esso si calcola mediante la formula:
Ic = Tmax – Tmin
Dove: · Tmax = temperatura media del mese più caldo dell’anno · Tmin = temperatura media del mese più freddo dell’anno, espressi in gradi Celsius. In base ai valori di questo indice di continentalità Rivas-Martinez ha definito alcuni tipi bioclimatici con relativi Sottotipi:
Tabella 1: classificazione dei tipi e dei sottotipi cimatici di Rivas-martinez, secondo i valori dell’indice di continentalità (Ic) (www.globalbioclimatics.org).
L’indice ombrotermico annuale (Io) è dato da:
Io = (Pp/Tp)10
Dove:
Questo indice permette di individuare fasce ed orizzonti ombrotipici, nell’ambito dei diversi macrobioclimi; per i macrobioclimi Temperato e Mediterraneo la suddivisione tra le fasce ombrotipiche utilizza valori identici di Io (tab. 2). Per poter stabilire se il macrobioclimi è di tipo Mediterraneo o Temperato si ricorre al calcolo degli indici ombrotermici estivi compensati: Ios2, Ios3 e Ios4. Ios2 è pari a:
Ios2 = (Pps2/Tps2) 10
Dove: · Pps2 = somma delle precipitazioni, in mm, dei due mesi più caldi del trimestre estivo; · Tps2 = somma delle temperature medie dei tre mesi estivi, espressi in decimi di gradi centigradi. Come già detto, il macrobioclima Mediterraneo è caratterizzato da un periodo di aridità estiva, in cui le precipitazioni sono minori od uguali al doppio della temperature (P< 2T); quindi un territorio con clima non di tipo Mediterraneo avrà indice ombrotermico del bimestre estivo superiore a 2 (Ios2>2). Conseguentemente, se dal calcolo Ios2 risulterà maggiore di 2, il bioclima sarà sicuramente di tipo temperato, mentre se Ios2 sarà minore di 2 non è possibile affermare con sicurezza l’appartenenza del bioclima al tipo Mediterraneo e bisognerà procedere col calcolo degli altri indici ombrotermici estivi compensati. Il fine ultimo di queste valutazioni è verificare che la disponibilità di acqua nel suolo, relativa ai mesi precedenti all’estate, non sia sufficiente a compensare l’effettiva aridità dei mesi estivi. Tramite il calcolo dell’Ios3, Indice Ombrotermico del trimestre estivo si valuta se il deficit idrico del bimestre luglio-agosto è compensato dalle precipitazione del mese di giugno:
Ios3 = (Pps3/Tps3) 10
Dove: · Pps3 = somma delle precipitazioni medie del trimestre estivo in mm · Tps3 = la somma delle temperature medie degli stessi mesi in decimi di gradi centigradi.
Ancora una volta, se Ios3 è maggiore di 2, si può affermare che il macrobioclima è temperato, se esso è minore o uguale a 2, per le motivazioni precedenti, non è possibile avere la sicurezza che invece sia Mediterraneo, quindi si deve procedere al calcolo dell’Ios4. La formula per il calcolo dell’Ios4, analoga alle precedenti, è:
Ios4 = (Pps4/Tps4) 10
Dove:
Se Ios4 è maggiore di 2, l’area considerata ha bioclima Temperato, se lo stesso indice ha valore minore o uguale a 2, il bioclima è con certezza di tipo Mediterraneo. Ogni macrobioclima è suddiviso in differenti bioclimi in base ai valori dell’indice ombrotermico annuale (Io) e dell’indice di continentalità (Ic). Il macrobioclima Mediterraneo è suddiviso nei seguenti bioclimi: ü M. oceanico pluvistagionale se Ic < 21 ed Io >2; ü M. continentale pluvistagionale se Ic >21 ed Io >2.0; ü M. continentale xerico se Ic >21 e 1.0< Io <2.0; ü M. oceanico xerico se Ic < 21 e 1.0< Io <2.0; ü M. oceanico desertico se Ic < 21 e 0.2 < Io < 1.0; ü M. continentale desertico se Ic >21 e 0.2 < Io < 1.0; ü M. iperdesertico oceanico se Ic < 21 e Io < 0.2; ü M. iperdesertico continentale se Ic > 21 e Io < 0.2.
Tabella 2: suddivisione delle diverse fasce ombrotipiche e degli orizzonti ombrotipici in base ai valori dell’indice ombrotermico annuale Io. (Rivas-Martinez, 2004)
Procedendo verso le unità di rango minore, ogni bioclima è suddivisibile in differenti piani bioclimatici termotipici che corrispondono a zone con peculiari formazioni vegetali, che si succedono le une alle altre sia in senso altitudinale che latitudinale. Il termotipo è individuato dall’Indice di termicità ( It ), espresso dalla formula:
It = (T + m + M) 10
Dove: · M = temperatura media delle massime del mese più freddo dell’anno; · m = temperatura media delle minime dello stesso mese; · T = temperatura media annua in gradi centigradi. Tale indice pesa l’intensità del freddo, uno dei fattori limitanti fondamentali per crescita delle specie vegetali. In base a questo indice, limitatamente al macrobioclima mediterraneo, si possono individuare 6 termotipi, corrispondenti ad altrettanti piani altidudinali: ü Inframediterraneo se It >470; ü Termomeditteraneo se 470< It <360; | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||